
Un gesto crudele e discriminatorio ha trasformato in un incubo la tranquilla routine del portico di San Luca, simbolo storico e culturale di Bologna. Nelle scorse settimane lungo i muri di questo celebre patrimonio UNESCO sono apparse scritte oscene, sessiste e omofobe, rivolte a donne e membri della comunità LGBTQIA+. Tra le vittime, anche Barbara Col, operatrice socio-sanitaria di 38 anni, che ha deciso di rompere il silenzio denunciando pubblicamente l’accaduto.
“Mi hanno offesa come donna e come lesbica”
In un’intervista a Il Resto del Carlino, Barbara ha descritto l’esperienza come un colpo doppio: un attacco non solo alla sua identità di donna, ma anche alla sua sessualità. “Hanno scritto il mio nome, cognome e mi hanno insultata pesantemente in una doppia veste”, ha raccontato. “Mi hanno offesa in quanto donna, aggiungendo agli insulti anche una frase omofoba. Mi hanno denigrata perché lesbica.”
Una ferita che invade la sfera personale e sancisce una violazione intima del proprio essere.
Barbara ha provato paura soprattutto pensando che l’autore potesse conoscere la sua identità, mettendo in discussione la sua sicurezza. Il dolore è acuito dal fatto che ciò sia avvenuto in uno spazio che considerava accogliente e sicuro.
Solidarietà che genera forza:
La denuncia è stata possibile soprattutto grazie a Alice Guerra, personal trainer che per prima ha gridato il disagio sui social. Da vittima a testimone, Alice ha contattato Barbara per informarla della presenza del suo nome nei graffiti, incoraggiandola a denunciare. “L’ho scoperto tramite Alice Guerra – ha ricordato Barbara – Mi ha contattata in privato chiedendomi se fossi a conoscenza di quello che stava capitando, dicendomi che avevano colpito anche me.”
La parola “lesbica” usata come insulto:
La parte più dolorosa del gesto? L’impiego del termine “lesbica” come insulto omofobico. “L’uso della parola lesbica, impiegato come un insulto. È inaccettabile un atteggiamento del genere. Io sono lesbica e non mi vergognerò mai di esserlo.” Barbara racconta di non essere sola: molte altre donne sono state colpite da questi atti di violenza verbale, lasciando un senso di insicurezza collettivo. “Ho scoperto che siamo tante, tantissime donne colpite da questo gesto violento. E ci sentiamo insicure perché non sappiamo chi ci sia dietro.”
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Contesto più ampio: crescendo di atti discriminatori
Il vandalismo omofobo lungo i muri di San Luca si inserisce in un contesto preoccupante. Scritte sessiste, minacce e indicazioni personali sono apparse sul portico, includevano persino numeri di telefono e nickname social — un esempio estremo di doxing. Il sindaco Matteo Lepore ha condannato il gesto definendolo “ignobile” e ha sottolineato che ciò “non è amore che finisce, è l’odio che comincia” (§ Repubblica, turn0search3; § Resto del Carlino, turn0search8). Grazie all’intervento della Curia, le scritte sono in fase di rimozione.
In precedenza, il centro LGBTQIA+ Cassero è già stato oggetto di attacchi omofobi, tra cui scritte intimidatorie come “via tutti i froc*” sulla porta e la distruzione di volantini antidiscriminazione (§ ANSA, turn0search4; § BolognaCronaca, turn0search10).
L’episodio vissuto da Barbara Col non è solo un atto vandalico: è un attacco alla dignità e alla sicurezza di chi, come lei, vive l’identità LGBTQIA+. Le scritte su San Luca rappresentano una ferita che la città — e tutti noi — dobbiamo saper guarire, non solo con la rimozione fisica delle parole, ma con la costruzione di una cultura che combatte davvero ogni forma di odio.
@spyit.it