
Se Andy Warhol fosse nato in Puglia, forse avrebbe avuto l’accento morbido del Sud, una fascinazione per la televisione italiana e un archivio emotivo fatto di dive pop, presentatrici cult e icone queer.
In quella linea immaginaria si inserisce Simone Dell’Aglio, in arte Simon The Graphic, classe 1981, nato a Brindisi e approdato a Milano nel 2008. La città lo accoglie come un laboratorio permanente, un luogo in cui lavorare, osservare, assorbire. Eppure la sua rinascita artistica arriva molto più tardi, nel 2020, quando — vent’anni dopo il diploma — ricomincia a disegnare. Il risultato è una scintilla: Angeli al Microfono, una serie dedicata a dieci icone musicali internazionali che segna non un ritorno, ma un nuovo inizio.
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Da allora Simon non si è più fermato. In cinque anni realizza circa 600 opere, espone in spazi indipendenti e in luoghi simbolo della cultura milanese. Arriva l’invito della Università Bicocca all’evento Arte queer. Corpi, segni, storie (2024), poi una serie di mostre che definiscono una traiettoria precisa: Milano è colorata, Pòppeople, Queer Cartoon, fino a Le Pellicolose (2025), che porta le sue opere al Cinema Anteo e al Piccolo Teatro Strehler. Due luoghi che, per la cultura pop di oggi, valgono come altari laici.
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Nel novembre 2025, insieme al collettivo cuoregrato, dà vita a Mothering – l’amore sopra ogni cosa: non una semplice mostra, ma un’esperienza corale dedicata a trenta figure materne — biologiche, adottive, simboliche — capace di diventare, in soli due giorni, rito collettivo.
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L’estetica: Warhol, ma con accento italiano
La poetica di Simon The Graphic guarda dritta alla Pop Art, e soprattutto a Andy Warhol. Come lui, Simon trasforma volti e personaggi in icone seriali. Solo che il suo pantheon non arriva da Hollywood, ma dal cuore pulsante della cultura pop italiana: la televisione, il trash che diventa culto, la mitologia queer, i personaggi che a un certo punto smettono di essere semplici volti e diventano patrimonio comune.
Le sue immagini sono riconoscibilissime: nessuna sfumatura, campiture nette, colori pieni, forme ridotte all’essenziale. Non imitano la realtà, la distillano. La tecnica richiama la serialità serigrafica, ma con un linguaggio nuovo: quello del touchscreen, della gif, dello sticker. È una pop art nata nell’epoca dei meme, capace di muoversi tra Instagram e le gallerie.
E poi ci sono i suoi “santi laici”, una galleria di volti che racconta l’Italia più pop e più vera:
– Cristiano Malgioglio, teatrale e in rosso ardente
– Francesca Fagnani, sorriso tagliente e libro in mano
– Maria De Filippi, pilastro indiscusso del rito televisivo
– Valeria Marini, luminosa come la sua parola preferita: stellare
– Francesca Cacace, la Tata diventata icona queer senza chiedere il permesso
– Federica Sciarelli, sovrana del mistero e della memesfera
– Antonella Elia, irriverente, anarchica
– Antonella Clerici, con il suo cult intramontabile: “fa schiuma ma non è un sapone”
– Paola e Chiara, prime ambasciatrici del pop Pride italiano
– Madonna, madre di tutte le madri
Questi volti non vengono scelti: vengono investiti, omaggiati.
Sono figure che appartengono a una cultura condivisa, soprattutto da una generazione queer e pop che riconosce in loro un patrimonio emotivo, televisivo, ironico e affettivo. Simone non li ritrae: li canonizza.
L’intento: dall’immagine… all’icona
Nel suo lavoro, il digitale non è freddo né rapido: è disciplina, precisione, rituale. Ogni opera è costruita per durare nel tempo e per vivere tra due mondi: quello fisico della stampa e quello immateriale della cultura visuale digitale.
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La sua domanda guida sembra essere:
Che cos’è, oggi, un’icona?
La risposta è nelle sue opere: è ciò che resta, ciò che riconosciamo immediatamente, ciò che parla alla memoria collettiva, al nostro archivio emotivo… e sì, anche ai meme che non muoiono mai.
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Oltre l’arte: gioco, cultura, fenomeno
Parallelamente alla produzione artistica, Simone è ideatore e produttore di Sanremory, un gioco di carte dedicato al Festival di Sanremo, diventato oggetto cult tra collezionisti e appassionati camp. La figura che più di tutte incarna la sua estetica emotiva è Raffaella Carrà: madre simbolica della libertà espressiva italiana, musa queer, icona pop senza scadenza.
Simon TheGraphic non produce semplici ritratti digitali. Produce icone contemporanee, dove la cultura pop viene trattata con lo stesso rispetto e la stessa ironia che Warhol riservava a Marilyn, la regina Elisabetta o alla Campbell’s Soup.
La sua arte non descrive: battezza.E, una volta vista, rimane.
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