
Anno nuovo, nuovo mistero. E come spesso accade nell’universo narrativo di Harlan Coben, il mistero è stratificato, ambiguo, costruito per insinuarsi lentamente e restare sullo sfondo prima di esplodere. Il 1° gennaio 2026 debutta su Netflix Fuga (Run Away in originale), nuovo adattamento televisivo tratto dall’immaginario dello scrittore americano. Un dramma familiare che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe trasformarsi in un thriller oscuro e perturbante. Il risultato, però, è più incerto.
La serie è scritta da Daniel Brocklehurst e diretta da Nimer Rashed e Isher Sahota, con un cast che ricalca i volti ormai familiari del “mondo Coben”: James Nesbitt, presenza ricorrente nelle trasposizioni Netflix, affiancato da Minnie Driver, Ruth Jones, Alfred Enoch ed Ellie de Lange.
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Alla base di Fuga c’è una paura profondamente personale dello stesso Coben: quella di un genitore che perde un figlio. Un’ansia primordiale che diventa prima romanzo e poi serie.
La sinossi ufficiale ci introduce a Simon, un uomo dalla vita apparentemente perfetta: una famiglia unita, un buon lavoro, una bella casa. Tutto cambia quando la figlia maggiore, Paige, scappa di casa. Simon la ritrova in un parco cittadino, fragile e sotto l’effetto di droghe. Sembra l’occasione per riportarla a casa, ma la ragazza non è sola: una discussione degenera in un episodio di violenza sconvolgente. Da quel momento Paige scompare di nuovo e Simon, nel tentativo disperato di ritrovarla, si addentra in un mondo sotterraneo fatto di segreti, bugie e verità sepolte. Un percorso che rischia di distruggere definitivamente la sua famiglia. Come da tradizione Coben, Fuga è costruita come un puzzle narrativo: più linee temporali e storyline parallele che si rincorrono e si intrecciano fino all’episodio rivelatore. È una struttura perfettamente compatibile con il modello Netflix: i cliffhanger funzionano, un episodio tira l’altro e la sensazione di complessità tiene lo spettatore incollato allo schermo.
La scrittura, volutamente non troppo impegnativa, permette un bingewatching “rilassato”, ideale per le prime ore del nuovo anno. La moltiplicazione delle storie crea l’illusione di profondità e invita ad andare avanti, anche quando alcune svolte di trama risultano prevedibili.
Cosa non funziona affatto
Il problema principale di Fuga è ciò che resta quando il fumo si dirada: l’arrosto è debole. Il mistero, anziché sorprendere, finisce per sgonfiarsi. Il dramma intimo di una figlia persa nella droga lascia spazio a rivelazioni sempre più grandi e improbabili che, nel finale, rischiano seriamente di offendere l’intelligenza dello spettatore.
I buchi di trama sono evidenti e vengono spesso colmati con colpi di scena forzati e poco credibili. Anche il finale aperto, ormai cifra stilistica abusata, lascia più frustrazione che curiosità.
Dal punto di vista tecnico, la produzione non brilla: la fotografia è piatta, la regia alterna scene spiegate più che mostrate e la recitazione, soprattutto nei momenti emotivamente più intensi, sfiora spesso i toni da soap opera.
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Il verdetto
Fuga è l’ennesima conferma di un meccanismo ormai rodato: Harlan Coben sa costruire storie che ti fanno andare avanti, ma sempre più spesso fatica a dare loro un approdo soddisfacente. Il risultato è una serie che si guarda senza troppa fatica, perfetta per riempire una giornata di binge, ma destinata a essere dimenticata rapidamente.
Un mistero a molti strati, sì, ma con fondamenta fragili. E alla fine, più che la suspense, resta la sensazione di aver assistito a una lunga sequenza di colpi di scena… senza vero peso.